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I Sumeri-I Popoli Mesopotamici in genere

e la Matematica

 

“Sumer” significa  terra coltivata, con questo  termine gli Assiri e i Babilonesi hanno chiamato la parte meridionale dell’attuale Iraq. Una regione geografica di origine alluvionale creata dalla sedimentazione di due grandi  fiumi Tigri ed Eufrate e che si affaccia sul golfo Persico, denominata:  “La  Mezzaluna Fertile” .

Nonostante tale territorio fosse circondato da una vasta zona desertica, paludoso e  soggetto a diverse calamità naturali essi vi si insediarono bonificandolo, fertilizzandolo e  rendendolo ricco di pascoli.

         I Sumeri non furono grandi soltanto per avere reso il loro territorio un vero e proprio “ Paradiso Terrestre “. Essi, si dice, furono primi in tutto: nelle costruzioni dei canali di irrigazione, nello inventare il cuneiforme per la scrittura, nel costituire una scuola per chi volesse intraprendere la professione dello scriba, nel tramandare ai posteri la loro storia, nel campo delle osservazioni astronomiche, nella forma di governo bicamerale, nell’inventare la birra a scopo terapeutico.... I Sumeri amarono a dismisura la natura e la divinizzarono tutta. Da essa tutto si dipartiva: divina era l’acqua, divina la scrittura.

         Al contrario del popolo greco che amò l’oralità, dono del divino Apollo, i Sumeri ritennero che la scrittura fosse un dono delle divinità.

         La scrittura, da leggere in appropriate ore della giornata nelle quali i raggi del sole dovevano avere un  particolare inclinazione, doveva essere incisiva per impressionare il lettore: doveva poter essere un’arma micidiale di persuasione.

Nel libro di G. Pettinato “ I Sumeri “ Ed. Rusconidel 1992, a pag. 34 leggiamo: “ La stessa idea che ci fa comprendere quanto fosse alta presso i Sumeri la stima, che sfiora l’ammirazione, per la scrittura è espressa nell’inno al re Lipit-Eshtar, della Dinastia di Isin, nel quale del giovane re è detto:

 

Nisaba, la donna raggiante di gioia,

la vera donna-scriba, la signora di ogni conoscenza,

ha guidato le tue dita sulla creta,

ha abbellito la scritta delle tavolette,

ha reso la tua mano splendente con lo stilo d’oro.

 

Ed ancora più avanti, nella stessa pagina riportando “l’Elogio dell’Arte della Scrittura”, editato dallo studioso A.Sjöberg:

 

 

L’arte della scrittura è la madre degli oratori, il padre dei maestri;

l’arte della scrittura è appassionante, non ti sazia mai;

l’arte della scrittura è difficile da imparare, ma colui che l’ha                                     

appresa

avrà il mondo in mano.

Cura l’arte della scrittura, ed essa ti arricchirà;

sii diligente  nell’arte della scrittura, ed essa ti riempirà di ricchezza e abbondanza.

 

Quasi certamente la scrittura compare inizialmente ad Uruk, essa veniva incisa su delle tavolette d’argilla che rimase per circa tremila anni il materiale privilegiato della scrittura cuneiforme:dal 3000 a.C. al 50 d.C.

Inizialmente essa sorse dall’esigenza di dovere registrare attività amministrative in modo da rendere possibile la verifica delle transizioni economiche. Successivamente invece fu utilizzata per la narrazione di eventi storici, religiosi, o per composizioni letterarie: i popoli mesopotamici amarono la loro vita e la loro storia e per questo motivo furono i primi storici al mondo

         Oggi la parola “cuneiforme” è  usata per indicare tutti i sistemi di scrittura in cui i segni grafici sono composti da “cunei” che deriva dal latino ”cuneus” che significa chiodo, infatti la parola cuneiforme significa “scrittura a forma di chiodo”. Con il passare del tempo i caratteri cuneiformi furono ruotati di 90° rispetto alla loro posizione iniziale.

         Appare evidente che il cuneiforme fu utilizzato, essenzialmente, per quantificare, prima, per  contabilizzare poi e che le forme di scrittura vere e proprie siano sorte successivamente.

Ma perché i popoli sumeri adottarono proprio questo metodo?

Andando a ritroso nel tempo in un periodo compreso tra il 15000 e il 12000 a.C. i primi manufatti rinvenuti nel Medio Oriente e precisamente nel Libano ci testimoniano prime tracce di quantificazione consistenti in tacche incise in punteruoli ossei.

Questi oggetti, pare, siano stati utilizzati nella Mezza luna fertile per quantificare tramite una corrispondenza biunivoca di tipo 1-1 ( ad ogni tacca si faceva corrispondere una unità di riferimento di una determinata merce o oggetto): dalle tacche ha origine l’evoluzione del contare; dalle tacche ha origine il sistema di scrittura cuneiforme.

L’osservazione delle origini della quantificazione, da parte del popolo sumero e che gli scavi archeologici ci hanno consentito, hanno origine dal 15000 a.C. e vengono suddivise nel seguente modo:

1.    Periodo che va dal 15000 all’8000 a.C., in cui i cacciatori-raccoglitori usavano tacche per quantificare tramite quella corrispondenza 1-1 della quale abbiamo parlato in precedenza; 

2.    Periodo, intercorrente tra l’8000 e il 3100, in cui gli agricoltori per contabilizzare usarono un sistema di contrassegni : gli agricoltori pur comprendendo l’importanza del numero non riuscivano a concepirlo come astrazione da classi di insiemi equipotenti; cioè non capivano che gli stessi contrassegni potevano essere utilizzati per articoli diversi.

In un periodo, compreso tra il 3100 e il 3000, in cui si svilupparono le città e si cominciò ad organizzare un’attività di stato nella quale per la manutenzione delle metropoli occorreva un’ amministrazione centralizzata, fu inventata su tavolette di argilla la scrittura pittografica.

In questo periodo i Sumeri passano dal sistema tridimensionale del precedente periodo (solidi geometrici quali: sfere, cilindri, coni).

Per rintracciare le prime orme di una matematica razionale, una matematica nella quale si comincia ad operare per astrazione bisogna scorrere in un periodo che intercorre tra il 600 e il 300  a.C. nel quale le civiltà mesopotamiche cominciarono a possedere il concetto di numero che andava oltre al concetto intuitivo di “ pochi o tanti”.

Cominciarono a possedere numeri interi più grandi in grado di effettuare operazioni su di essi; altre ancora capirono che i numeri facevano parte dei concetti astratti,  diedero determinate parole e simboli per ogni numero, e per la numerazione usarono sistemi a base dieci, venti o cinque, per denotare unità di quantità più grandi.

         Per Aristotele molti popoli usarono il sistema a base 10 perché 10 sono le dita delle mani.

In questo periodo,l’uomo comincia a utilizzare le quattro operazioni aritmetiche e a operare con le frazioni. Sempre in questo periodo si iniziarono a diffondere  nozioni geometriche, ad esempio: concetto di retta, di angolo e di cerchio.

I Babilonesi, che occuparono l’area situata tra il Tigri e l’Eufrate, portarono un contributo principale alla matematica.

Anche per i babilonesi le nostre principali informazioni sulla matematica ci provengono da testi scritti su tavolette di argilla.

Tavolette d'argilla mesopotamiche con segni matematici .

 

 

 

 

La lingua e la scrittura delle tavolette più antiche sono quelle akkadiche, che sostituirono la lingua e la scrittura dei popoli sumerici. Le parole della lingua akkadica erano costituite da una o più sillabe e ogni sillaba era rappresentata da un insieme di segmenti rettilinei.

I numeri interi venivano scritti nel seguente modo:

                                                       

 

 

Le caratteristiche più importanti del sistema di numerazione babilonese sono il sistema sessagesimale e la notazione posizionale.

All’inizio i babilonesi non avevano alcun simbolo che indicasse l’assenza di un numero e  perciò i loro numeri erano ambigui.

Spesso veniva usato uno spazio vuoto per indicare l’assenza di un numero in quella data posizione, ma ciò poteva dar luogo a interpretazioni sbagliate. Nel periodo seleucide venne introdotto un simbolo per indicare l’assenza di un numero.

I Babilonesi usavano la notazione posizionale anche per rappresentare le frazioni .

Ad esempio       significava 20/60.

 

Poche frazioni avevano dei simboli speciali.

Si trovano così:

 

 

 

Queste frazioni venivano considerate dai babilonesi come “interi”.

I Babilonesi non usavano solo la base 60. Talvolta gli anni erano scritti come 2 me 25, dove me stava per 100; lìmu veniva usato per 1000.

I sistemi misti coinvolgevano multipli di 60, 24, 12, 10, 6 e 2. Questi venivano usati per: date , aree , misure di peso e per l’uso delle monete.

         Non sappiamo con certezza come nacque l’uso della base 60, si suppone che l’ispirazione possa essere venuta dai sistemi di misura di peso.

Scrive il Loria che alcuni come Formaleoni e Cantor la ricollegano l’ipotesi che i Babilonesi considerassero l’anno solare composto di 360 giorni e che essi sapessero dividere l’intera circonferenza in 6 parti in base alla proprietà del lato dell’esagono regolare di essere uguale al raggio del cerchio circoscritto.

E. Hoppe asserì che un ulteriore motivazione può esser data a partire dalle osservazioni che gli Assiro-Babilonesi  traendo profitto da un clima veramente paradisiaco si giovarono dell’ombra proiettata sul terreno da uno stile verticale, dividendo il terreno circostante alla base di un certo numero di angoli fra loro uguali. Siccome l’angolo di 60° può ottenersi con estrema facilità costruendo un triangolo equilatero, si presentò spontaneamente la scelta del n. 6 come numero delle parti in cui dividere l’angolo giro.

Cambiando il 6 con il numero 10 si pervenne al numero 60 che moltiplicato  per 6 origina  il 360.

Il 360 assunse grande importanza perché le osservazioni astronomiche lo fecero coincidere con il numero di giorni in un anno.

Ma ci sorge spontanea una domanda : Non è possibile che tali popoli  abbiano osservato che il numero 60 ha una nutrita schiera di divisori e quindi la scelta  sia stata dettata da motivi pratici? E che  sia, quindi, casuale e successiva la coincidenza di tanti fenomeni quali i 360 giorni in un anno, la suddivisione in 6 parti della circonferenza….?

Di certo i misteri e le coincidenze sono tante e forse non a caso i popoli mesopotamici con i numeri 1,2,….., 60 venivano designati gli dei della loro mitologia, mentre con le frazioni intermedie gli spiriti di entità comprese tra l’uomo e un dio.

Per quanto riguarda l’origine  della notazione posizionale possono esser fatte due possibili ipotesi.

Nel sistema di scrittura numerica più antico 1moltiplicato per 60 veniva scritto con il simbolo      più grande di quello usato per scrivere il numero 1. Successivamente quando la scrittura fu semplificata questo simbolo fu ridotto di dimensioni e indicò il n. 60.

         Un’altra, possibile, spiegazione viene fornita dal sistema monetario, che nella forma embrionale  era costituito da gettoni di argilla. L’evolversi della moneta facilitò molto probabilmente l’astrazione di un numero. Per esempio:

1 talento e 10 mana avrebbe potuto essere scritto  , dove il     significava 1 talento che vale 60 mana.

Nel sistema babilonese i simboli che denotavano 1 e 10 erano fondamentali. L’addizione e la sottrazione consistevano nell’aggiungere o togliere simboli. Per indicare l’addizione i veniva indicata con il simbolo .

Più avanti venne effettuata anche la moltiplicazione di interi, infatti moltiplicare per 37, per esempio, significava moltiplicare per 30 e poi per 7 e sommare i risultati.

La moltiplicazione veniva indicata con il simbolo

I Babilonesi, tra le  altre cose dividevano anche un numero intero per un altro, poiché dividere per un intero a e la stessa cosa che moltiplicare per il suo reciproco 1/a, si convertivano i reciproci in “decimali” sessagesimali e non usavano dei simboli speciali per le frazioni;  avevano anche delle tavole che mostravano come i numeri della forma 1/a potevano essere scritti come numeri sessagesimali finiti.

I Babilonesi si basavano completamente sulle tavole dei reciproci.

Le loro tavole dicevano:

 

igi 2 gàl-bi  30

igi 3 gàl-bi 20

igi 4 gàl-bi 15

    igi 6 gàl-bi 10…

 

Morris Kline, dal cui libro “Storia del pensiero matematico” ed. biblioteca Einaudi del 1999 primo volume, abbiamo tratto molte importanti notizie, asserisce che i significati precisi di igi e di gàl-bi non sono noti.

Le frazioni sessagesimali, cioè numeri minori di 1, espresse mediante le inverse di potenze di 60, ma con denominatori sottointesi, continuarono ad essere  usate dai greci Ipparco e Tolomeo quando furono sostituite dai decimali in base 10.

I matematici della Mesopotamia erano molto abili anche nello sviluppare algoritmi procedurali fra cui l’estrazione della radice quadrata attribuita a matematici posteriori: talvolta attribuita al matematico greco Archita o a Erone di Alessandria; questo procedimento fu chiamato anche algoritmo di Newton.

I matematici Babilonesi erano estremamente pratici, preferivano ricorrere alle tavole che acceleravano il procedimento di calcolo. Infatti in buona parte delle tavolette cuneiformi di argilla sono state ritrovate: tavole di moltiplicazione, di reciproci, di quadrati  e cubi, di radici quadrate nella notazione sessagesimale.

Carl B. Boyer in “Storia della matematica” riporta:

       2        30                                      9        6.40

       3        20                                     10       6

       4        15                                    12       5

       5        12

       6        10

       8        7.30

Osservando la tavola il prodotto degli elementi di una stessa riga è sempre 60.  Si è discusso molto sulla possibilità che i popoli Mesopotamici abbiano potuto scoprire lo zero In effetti ai tempi della conquista della Babilonia di Alessandro il Grande, i Babilonesi al posto dello spazio vuoto per sottolineare la mancanza di cifre, per togliere ogni ambiguità, adottarono un segno speciale costituito da due tratti cuneiformi inclinati.

Infatti il numero 2(60)^2+0(60)+2 risultò distinguibile più facilmente dal numero 2(60)+2 scritto in un periodo più antico nel seguente modo

Essi effettuavano la divisione mediante la moltiplicazione del dividendo per il reciproco del divisore.

In effetti ai tempi della conquista della Babilonia di Alessandro il Grande, i Babilonesi al posto dello spazio vuoto per sottolineare la mancanza di cifre, per togliere ogni ambiguità, adottarono un segno speciale costituito da due tratti cuneiformi inclinati.

I popoli mesopotamici, raggiunsero un alto livello nel campo dell’aritmetica. Il Dickeson, in “ History the Theory of Numbers” , scrive che nel “Talmud babilonese” è citato anche il criterio di divisibilità di un numero per 7. In esso si legge che affinché un numero della forma 100a+b sia divisibile per 7 occorre e basta che lo sia 2a+b, infatti:

                                                                   100a+b =7*14a+(2a+b).

        I matematici della Mesopotamia dimostrarono grande abilità anche nello sviluppare procedimenti algoritmici, fra cui un procedimento per l’estrazione della radice quadrata attribuito spesso a matematici posteriori.    Esso viene talvolta attribuito al matematico greco Archita(428-365 a.C.) o a Erone di Alessandria; qualche volta lo si trova citato anche con il nome di algoritmo di Newton. Questo procedimento babilonese è tanto semplice quanto efficace. Siala radice desiderata e sia n1 una prima approssimazione di questa radice; sia m1 una seconda approssimazione ricavata dalla relazione ; se n1 è un’approssimazione per difetto, allora m1 lo è per eccesso, e viceversa.

       Pertanto la media aritmetica n2=costituirà plausibilmente un’approssimazione successiva. Poiché n2 è ancora un’approssimazione per eccesso, l’approssimazione successiva  sarà un’approssimazione per difetto; si prende allora la media aritmetica  per ottenere un risultato ancor migliore. Tale procedimento può essere reiterato indefinitamente.

       I babilonesi furono anche bravi nel campo dei calcoli elementari, grazie al loro sistema numerico a valore posizionale e al loro uso di tabelle diverse. Essi di conseguenza trovarono modi per risolvere equazioni e sistemi di equazioni, nel contesto dell’algebra teorica. Non è da trascurare l’algebra  pratica dato che ci ha indotto all’uso di alcuni termini geometrici per indicare le incognite.

Nella tabella precedente sono stati elencati questi termini e i loro equivalenti moderni.

 

Simbolo moderno

Termine geometrico

Grandezza Babilonese

X

Lato

ush

Y

Larghezza

sag

Quadrato

lagab

Z

Altezza

sukud

Xy

Area

asha

Xyz

Volume

sahar

 

 

 

 

 

 

 

 

Per l’equazione la soluzione dei babilonesi non era diversa dalla nostra .

Una equazione del tipo  loro l’avrebbero, certamente, scritta nel seguente modo:

lagab-ush= IIIII.

Dall’esempio fatto si deduce che gli antichi babilonesi, sapevano risolvere equazioni di grado superiore al primo.

Le equazione di secondo grado del tipo, , dopo aver moltiplicato ambo i membri per a, ottenendo la relazione  e posto y=ax, e k=ac, venivano trasformate nella equazionele cui soluzioni in y erano equivalenti alle formule del tipo:

;   

Ciò fatto, ottenuti i valori di y, per trovare le corrispondenti soluzioni in x veniva diviso per a e da ciò la costruzione di tabelle che fornivano la immediata soluzione.

Gli antichi babilonesi erano capaci, anche, di risolvere equazioni del terzo grado  del tipo .

In esse, il metodo era similare al precedente esposto. Moltiplicando ambo i membri dell’equazione per , infatti, si ottiene:

Posto, si perviene all’equazione in y:

 

Che può essere risolta sfruttando le tabelle che i babilonesi avevano costruito per ottenere i valori di n nella relazione

Abbiamo accennato in precedenza all’utilizzo nel campo applicativo,

di tavole la cui consultazione doveva essere utile nella risoluzione immediata di alcuni problemi pratici. Tra queste tavole di grande interesse e studio è da ricordare la tavoletta Plimpton 322. Tale tavola è un enigma per delle scheggiature che non ne consentono una perfetta e completa interpretazione. La tavola è composta di quindici righe e pare che sia una parte di una tavola ben più grande distruttasi durante gli scavi archeologici effettuati.

Gli studiosi, nell’analizzarla  sono riusciti a decifrare quattro colonne e  correggere manifestati nelle sequenze numeriche. Nell’analizzare la seconda e terza colonna, pare che tra le stesse ci sia una qualche connessione che viene chiarita dalla quinta colonna.

Nell’analizzare dette colonne sembra che i babilonesi si siano occupati della risoluzione dei triangoli rettangoli e che abbiano scoperto le relazioni:

                              , , 

con a,b cateti e c ipotenusa di un triangolo rettangolo ed m, ed n con n>m numeri interi positivi, che generano le “ terne pitagoriche “: relazioni che vengono generalmente attribuite al matematico greco  Diofanto e in un periodo intorno al 250 d.C.  

I mesopotamici  erano infatti capaci di calcolare le aree di rettangoli, quadrati dei triangoli rettangoli, dei trapezi e del cerchio usando per quest’ultimo =3.

Detti popoli inventarono anche un sistema di misura e di peso. L’unità di lunghezza era il cubito pari a 0,496m mentre i suoi sottomultipli sono: il dito=1/30 di cubito e il piede=2/3 di cubito.

Come unità di volume, invece assunsero la centoquarantaquattresima parte del cubito-cubo, mentre per unità di peso assunsero il peso di un volume di acqua pari alla duecento quarantesima parte del cubito-cubo.

I popoli mesopotamici erano popoli meravigliosi e grandi in tutto, grandi anche nel campo dell’astronomia.

Scrive il Loria: La fama dei babilonesi come indefessi e accurati investigatori del corso degli astri è attestata da Plinio il vecchio, il quale fissa l’inizio delle loro osservazioni a 100.000 anni innanzi l’E.V. e da Polibio, che restringe a 31.000 anni la durata delle osservazioni stesse. Senza farci mallevadori della esattezza di questi dati, probabilmente fantastici , rileviamo che Callistene, entrando in Babilonia al seguito Alessandro Magno, ( 331 a.C. ), scoprì tracce di osservazioni astronomiche risalenti al 2234 a.c. e che Claudio Tolomeo, la massima autorità, greca in fatto di astronomia, attribuisce ai babilonesi l’osservazione di una Eclisse accaduta nel 747 a.C. e che un calendario babilonese, il quale (secondo l’orientalista Sayce) risale all’anno 3700 a.c., dimostra inoppugnabilmente che l’ammirazione di Polibio, per quanto sembri un po’ spinta, non può dichiararsi destituita di fondamento.

In aggiunta a quanto asserito, il Loria nella nota (1) scrive che nulla ancora si può sapere sugli strumenti utilizzati dagli Assiro-Babilonesi nelle loro osservazioni, ma che durante alcune ricerche archeologiche sono stati ritrovati una lente e uno specchio.

 

 

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Gruppo di studio: Badagliacca Giulia – Paziente Greta

 

 

Bibliografia

Gino Loria - Storia della matematica - Vol. 1 (1929).

Carl B. Boyer - Storia della matematica - ristampa (2004).

Morris Kline - Storia del pensiero matematico- (1999).

G. Pettinato - I Sumeri- (1992).