V

 

Da Talete all’apeiron di Anassimandro

 

Come per Talete, anche per Anassimandro non abbiamo notizie dirette e la ricostruzione della sua vita e delle opere da lui scritte, se pur ne ha scritte, è alquanto difficile.

E’ un sapiente anche Lui, ma la sua sapienza è diversa da quella di Talete;  è un sapiente terribile e degno, dice Giorgio Colli, di venerazione, che parla direttamente all’uomo provocandolo in modo alquanto enigmatico. 

Pare abbia, secondo alcuni, scritto delle opere quali: “ Intorno alla natura “, “ Il giro della terra “, “ Intorno alle stelle fisse “ , “ La sfera “, secondo altri pare che gli argomenti trattati in tali opere siano capitoli di una stessa opera.

Diogene Laerzio testimonia che tale opera sia capitata in mano ad Apollodoro, mentre Teofrasto e Aristotele citano alcune espressioni del libro che pare fosse scritto in forma poetica come le opere che cominciavano a diffondersi con l’avvento della scrittura in quel periodo, ma di essa nulla conosciamo, tranne che un piccolo frammento.

Testimonianze doxografe ci dicono che sia nato a Mileto, intorno al 610 a.c.,  che sia stato figlio di un tal Prassiade e parente e allievo di Talete.-

Da testimonianze e commenti a frammenti doxografici, si evince che Anassimandro sia stato come Talete padrone dello spazio e al di là dello spazio, del tempo e al di là del tempo; che, per primo  abbia scoperto il rapporto che intercorre tra la grandezza dei pianeti e la loro distanza, il primo che abbia disegnato su una tavola, così asseriscono Agatemero e Strabone, la terra abitata: tale opera pare sia stata successivamente ampliata e arricchita di informazioni sugli abitatori dei luoghi descritti nella tavola, da Ecateo di Mileto.

Leggendo Diogene Laerzio apprendiamo che Anassimandro asseriva che la terra ha una posizione centrale nel cosmo e che ha l’aspetto di sfera, che la luna splende perché illuminata dal sole e che quest’ultimo, costituito da fuoco purissimo, è più piccolo della terra.

Secondo alcuni, ad inventare il gnomone, uno stile piantato per terra o su di una parete e la cui posizione dell’ombra proiettata dal sole consente a seconda della posizione occupata, di determinare approssimativamente l’ora del giorno, pare sia stato Talete, ma Diogene lo attribuisce ad Anassimandro: la confusione è possibile se ci si ricorda che Anassimandro era di Mileto e discepolo di Talete.

Molte testimonianze più dettagliate,  su Anassimandro, le traiamo da Aezio; per questi, il sapiente  avrebbe asserito che la terra avrebbe avuto la forma di colonna simile a tamburo: noi avremmo abitato sopra una delle superfici piane, l’altra si sarebbe trovata dalla parte opposta.

Questi asserisce, ancora, che secondo Anassimandro il sole sarebbe stato un cerchio, a forma di ruota, contenente un anello cavo e pieno di fuoco e che in un certo punto avrebbe lasciato  rifulgere il fuoco, come la canna di un mantice: questo punto, da cui, tramite soffio, sarebbe fuoriuscito il fuoco che a causa del  soffio sarebbe stato portato in giro,  sarebbe proprio il sole che, discordando con Diogene, sarebbe stato ventisette volte più grande della terra.

Il sole, infine, avrebbe occupato una posizione ben più alta rispetto agli altri astri, più in basso la lune e ancor più in giù le stelle fisse e i pianeti.

Sulla grandezza e la forma della luna, sempre secondo Aezio, Anassimandro avrebbe asserito che essa è in tutto simile al sole e grande diciannove volte la terra e che la eclissi di luna la si ottiene per mutamenti della ruota, cioè quando si ostruisce l’apertura della canna del mantice.

Ma Talete  per primo avrebbe cercato di spiegare il fenomeno delle eclissi asserendo che essa si verificherebbe quando la luna si viene  a trovare nel suo passaggio in una posizione perpendicolare al sole: grazie a tele passaggio la luna vi si rispecchierebbe per riflessione.

Sempre per Aezio, forse attingendo al commento di Simlpicio al “ Del Cielo “  di Aristotele, Anassimandro avrebbe dichiarato che per ogni infinito esistono infiniti cieli, mondi tutti equi distanziati.

Seneca sulle “ Questioni naturali “ asserisce che Anassimandro ricondusse ogni fenomeno naturale al soffio.

Asserì che i tuoni sono dovuti a nuvole percosse e che il loro diverso boato lo si deve alla differenza tra soffi, mentre motivò il tuono a ciel sereno attribuendone il boato ad un soffio che si precipita fuori attraverso aria densa e lacerata, ed infine, che il lampeggiare senza tuono lo si deve ad un soffio debole non capace di generare fiamma, mentre il lampo lo si deve ad uno scotimento di un’aria che si strappa violentemente e precipita, mentre il fulmine è il fluire di un soffio più gagliardo e più denso.

Di Anassimandro si occupò anche Plinio. In “ Scienza della natura” ha scritto che Anassimandro avrebbe per primo riconosciuto l’obliquità dello zodiaco e che il tramonto mattutino delle Pleiadi avverrebbe nel trentunesimo giorno dopo l’equinozio d’autunno, a differenza di Esiodo per il quale sarebbe avvenuto proprio all’equinozio e di Talete secondo il quale sarebbe avvenuto nel venticinquesimo giorno successivo all’equinozio.

Secondo Censorino, Anassimandro avrebbe asserito che i pesci e gli animali sarebbero nati dall’acqua e dalla terra riscaldate e che all’interno di questi animali si sarebbero formati gli uomini i cui feti sarebbero rimasti racchiusi in essi fino alla pubertà: spezzate questi alfine queste creature ne sarebbero fuoriusciti uomini e donne capaci di nutrire se stessi.

L’acqua ci fa ricordare di Talete e per conoscere il pensiero di Anassimandro occorre esaminare attentamente il pensiero di  Talete, grande sapiente e tra tutti il più grande: così si pronunciò l’oracolo di Delfi.

Di Talete, invero, abbiamo già detto molto, ma forse non abbastanza approfonditamente di quel principio del tutto che, egli, avrebbe individuato proprio nell’acqua.

Di certo quest’acqua ha fatto riflettere molto. Molti l’hanno ritenuta una importante metafora,  altri poco importante e non degna di particolare rilievo.

In “ Storia della filosofia di “ Luciano De Crescenzo”, a pag. 37 del capitolo III de “ I presocratici” volume I, leggiamo che, De Crescenzo, per velocizzare l’apprendimento degli argomenti filosofici, dopo essere passato dal libro di testo di filosofia , al suntino “ Bignami “ , in vista degli esami di maturità scrisse, di Talete, su un quaderno a quadretti dalla copertina nera: “Quello dell’ acqua”.

La cosa, conoscendo l’umorismo dell’ex impiegato dell’I.B.M., fa sorridere. Oggi però il De Crescenzio filosofo non la pensa più così, più avanti, infatti, scrive: ”…se c’è un modo per svalutare l’importanza di Talete nella storia della filosofia, è proprio questo di collegarlo al concetto riduttivo di sostenitore dell’acqua come la componente fondamentale della materia”.

Sappiamo che le conoscenze di Talete le si hanno tramite la lettura di frammenti doxografici e che per ritesserne il suo probabile pensiero dobbiamo scandagliare in essi, nelle loro traduzioni.  

In un frammento, tradotto da G. Colli in “ La sapienza greca “ leggiamo (Aezio I,7,II): “ Talete affermò che il Dio è la mente del mondo, e che il tutto è animato e assieme pieno di demoni; inoltre che attraverso l’umido elementare penetra la forza divina che lo muove “.

Ed ancora, nella stessa pagina, (Cicerone, “ Sulla natura degli dei “, I, 10, 25):

“ Talete di Mileto, invero, che indagò per primo su tali questioni, disse che l’acqua è il principio delle cose, e il dio peraltro è la mente che dall’acqua plasma tutte le cose “.

         Riflettendo su quanto riportato da Aezio e Cicerone, se Talete ha parlato di acqua, in essa, appare evidente, non ha indicato il principio del tutto, ma lo strumento di una continua ciclica trasformazione dall’uno al molteplice.

La molteplicità della materia deriva da dio, da dio la continua trasformazione il continuo divenire: un continuo annullare la materia origine per generare il molteplice.

Per annullarsi la materia ha bisogno di energia, nell’annullarsi, genera energia  rigeneratrice della stessa, dunque: Dio oltre ad essere anima è anche energia.

V’è  certamente un legame mitologico se si pensa che il dio di Talete si trovi nell’acqua, o che abbia bisogno dell’acqua che scorre per muovere il mondo, per trasformarlo.

Ma c’è una evidente contraddizione se si pensa che Talete abbia potuto propugnare un dio che sia esso stesso acqua!

Per evitarla dovremmo essere indotti a pensare ad un Talete che abbia potuto indicare nell’unico principio un’acqua come metafora: un dio motore, essenza di vita che si trova in ogni luogo e che tutto avviluppa e trasforma.

Da sapiente enigmatico qual esso era, avrebbe potuto parlare soltanto metaforicamente di un’acqua sostegno della terra!

E’ probabile, quindi, che egli abbia potuto propugnare un dio tendente a forme astratte.

       Non è, quindi, un  Talete ateo, come asserisce Hume, perché non ha cercato il principio del tutto senza un dio. 

A indurci a sostenere la tesi che Talete non possa avere  pensato soltanto ad un banale elemento sensibile come principio del tutto è lo stesso Anassimandro.

         Se Anassimandro è stato parente, discepolo e successore di Talete, come asseriscono Aristotele e Teofrasto, come ha potuto porre l’apeiron come archè?

Il salto sembra enorme, enorme la maturità del suo pensiero!            

E’ un archè indeterminato che sa di energia, è  un infinito, quello di Anassimandro, che va oltre gli elementi sensibili: acqua, aria, terra, fuoco. Da esso provengono i cieli, i mondi  che  in esso vivono, periscono e, in un eterno divenire, generano ciò che deve essere. Un indeterminato nel quale, ed ecco il grande enigma, “ Le cose fuori da cui è il nascimento alle cose che sono, peraltro, sono quelle verso cui si sviluppa anche la rovina, secondo ciò che deve essere: le cose che sono difatti subiscono l’una dall’altra punizione e vendetta per la loro ingiustizia secondo il decreto del tempo “.

         Anassimandro, grande sapiente, discepolo e, forse, anche parente di Talete, sembra ancor più enigmatico del maestro stesso e dal suo maestro si discosta soltanto nel parlare di un infinito che genera i contrari: contrari che periscono e rinascono perché così vuole l’apeiron.

Nell’apeiron tutto è; nell’apeiron è ciò che deve essere e ciò che dovrà essere; nell’apeiron è un continuo divenire, un continuo ciclo vita, morte, vita; nell’apeiron è l’eterno divino ed  unico archè.

          Ma se in Talete, la materia (o principio ), di per sé animata, va volgendo in sé, nella sua mobilità, il molteplice, e se in Anassimandro, l’infinito è principio da cui si distaccano i contrari a causa di un eterno movimento, un infinito unico principio generatore del tutto, unica divinità primordiale che genera a cui il generato ritorna, che fine ha fatto l’acqua taletiana sostegno della terra? E che differenza c’è tra l’infinito di Anassimandro e l’acqua metafora di Talete?

Per entrambi il dio abbraccia il tutto, genera il tutto, sta nel tutto ed alla divinità  il  tutto tende.

E’, quello di Anassimandro un apeiron che ha fatto discutere molto e che ha influito su molti filosofi e matematici.

E’ un infinito sul quale si sono pronunciati anche Nietzsche e Rohde per i quali nella sua interpretazione è la visione pessimistica del mondo, della vita come castigo, un’anima che tende all’infinito divino, senza mai raggiungerlo, come mai raggiungerà la circonferenza di Antifonte  la successione degli infiniti poligoni regolari inscritti in essa, i cui lati sempre più piccoli, si avvicineranno sempre più ai sui archi, anch’essi sempre più piccoli, senza raggiungerli, senza potersi unificare ad essi.

         Dunque l’infinito di Anassimandro e sinonimo di dio, un dio indefinibile che tutto abbraccia e a cui tutto ritorna. Un infinito sinonimo di illimitato, un illimite al di fuori del quale c’è sempre qualcosa come al di dentro del quale deve esserci sempre qualcosa; un divenire all’interno del quale è un ciclo di nascita e distruzione, la separazione dei cieli e dei mondi. E’, un infinito divino nel qual dio è anima coincidono. E’ un infinito che influirà su Anassimene, prima, e Anassagora,  successivamente:  per quest’ultimo del piccolo c’è sempre un più piccolo e del più grande c’è sempre un più grande.

E’ un Anassagora questo, come asserisce Paolo Zellini, nel quale      “ già comparvero i temi principali di ogni successiva analisi dell’infinito: l’incalcolabile numero di combinazione degli infinitesimi e le imponderabili situazioni che generano le innumerevoli differenze formali alludono indubbiamente all’esistenza di un principio di continuità operante nella nature; Laibniz ne avrebbe fatto uno dei punti centrali della propria speculazione”.

E’ vero, ma non dobbiamo dimenticare le aporie di Zenone, grande discepolo di Parmenide.

In “Zenone di Elea” (ed. Adelphi 1998 ), ove è riportata l’intera raccolta di lezioni tenute da Giorgio Colli all’università di Pisa dal mese di Novembre al tredici maggio del 1964 effettuata dall’allora studente, ed ora professore di filologia, Ernesto Berti, leggiamo:

“ Le testimonianze più precise e dettagliate sulla formulazione delle famose aporie zenoniane ci vengono da Aristotele, che prima le espone e poi le contraddice. Il problema di Zenone si pone in relazione con l’origine della matematica moderna ( Laibniz, Newton ). Il problema è il concetto di infinito e il tentativo di risolvere l’infinito in termini finiti; da ciò deriva il calcolo infinitesimale “

Come dimenticare l’eterno divenire del pensiero filosofico di sì grandi e meravigliosi sapienti greci!

C’è  un susseguirsi tra limite ed illimitato, limite e illimitato coesistono in tutte le cose, l’uno genera il molteplice e il molteplice l’uno.

         E in questo susseguirsi è la vita, è l’essere, è la stessa essenza dell’essere, è il sogno che diviene realtà, la realtà che diviene sogno, è la coincidenza tra sogno e realtà; è l’infinito e l’indefinito.

E’ In questo susseguirsi che nasce la filosofia, la continua ricerca della coincidenza tra razionalità e certezza del divino.

 

Gruppo di lavoro: Catanese Filippo – La Rocca Fabio

 

 

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Bibliografia

Diogene Laerzio “ Vita dei filosofi “

Giorgio Colli “ La Sapienza greca “

Ed. Adelphi Milano 1994

Friedrich Nietzsche “ La filosofia nell’epoca tragica dei greci “

Ed. Adelphi Milano 1992

Paolo Zellini “ Breve storia dell’infinito “

Ed. Adelphi Milano 1996

Giorgio Colli “ Zenone di Elea “

Ed. Adelphi Milano 1998

Hermann Diels–Walter Kranz “I Presocratici “ Testimonianze e frammenti”

Ed. Laterza Bari 2002