VII

 

Pitagora - i Pitagorici - il numero e l’irrazionale

 

Il primo periodo della storia della matematica greca, scrive il Loria in “ Storia della matematica “ ( ed. S.T.E.N. Torino 1929 ), si inizia nel momento in cui viene accesa timidamente la fiaccola dell’indagine filosofica e si chiude , dopo circa tre secoli, con la morte di Alessandro Magno.

Non completamente concorda, ( “ storia del pensiero matematico“ Biblioteca Einaudi ),  Morris Kline per il quale  la scuola Ionica, ha dato  notevole impulso alla filosofia e alla filosofia delle scienze ma meriterebbe  una breve citazione soltanto per quanto riguarda la matematica vera e propria “ e per il quale la fiaccola avrebbe cominciato a ravvivarsi grazie a Pitagora e ai Pitagorici.

         Tutti gli studiosi di Pitagora e del Pitagorismo in genere concordano nell’asserire che scarse e confuse sono le conoscenze sulla vita di Pitagora e dei pitagorici e che è più giusto parlare del gruppo pitagorico delle idee filosofiche che in esso si propagarono, della dottrina professata, delle scoperte matematiche alle quali esso sarebbe pervenuto.

         Pitagora, figlio, presumibilmente, di un incisore di monete, sarebbe, per alcuni, nato  a Samo, attorno al 570 a.C., per altri, intorno 585 a.C. mentre per il Loria, sarebbe nato, certamente, nel 576 a.C.

         Mileto è una città poco distante da Samo e avrebbe, per tale vicinanza, subito notevoli influssi da parte dei pensatori ionici, lo stesso Pitagora, pare sia stato allievo di Talete.

         Come Talete e tanti altri pensatori greci, Pitagora viaggiò molto e molto apprese dai popoli egizi e mesopotamici.

          Leggenda vuole che, con Pitagora si sia avuto il primo esempio di raccomandazione. Non ben accetto dai sacerdoti egizi, pare che sia stato raccomandato da un proprio zio presentandosi ad essi con due grandi anfore d’argento, alle quali, i sacerdoti non avrebbero saputo dire di no!

         Dai popoli Egizi e Mesopotamici pare che oltre ad avere acquisito i primi rudimenti della matematica sia stato influenzato dalle loro dottrine mistiche. Grazie agli egizi, pare, così asserisce Erodoto, abbia appreso  sulla immortalità dell’anima dell’uomo e che alla morte del corpo,in una trasmigrazione dalla durata di tremila anni sarebbe passata nel corpo di un animale e cper tutti gli animali della terra del mare e dell’aria, e alfine ritornata nel corpo di un uomo nascente.       

         Stabilitosi, successivamente a Crotone, accolto bene dai crotoniati  per il suo aspetto nobile e il grande decoro nel parlare e nel comportarsi, tant’è che i magistrati lo incaricarono di fare ai giovani discorsi suasori adatti alla loro età, così asserisce Porphirio, fondò una setta mistica alla quale ebbero accesso anche le donne: era questa una confraternita ove gli adepti imparavano, segretamente: filosofia, matematica, fisica e argomenti scientifici in genere. La setta pitagorica si interessò anche alla politica e non disdegnò di impegnarsi politicamente. Dopo avere stretto alleanza con alcuni appartenenti all’alta aristocrazia Crotoniana sembra che i pitagorici siano stati cacciati da Crotone ad opera del partito popolare o dal partito democratico della città.

         Da Crotone Pitagora si trasferì a Metaponto ove pare sia morto.       Tanta sarebbe stata l’ammirazione per lui, scrive Cicerone, che la sua casa sarebbe stata trasformata in un tempio e il vicolo, ove essa si trovava, in Museo.

         Sulla sua morte si narrano diverse leggende tra queste se ne ricorda, in particolare, una. Si dice che Pitagora predicasse che le fave costituissero un elemento impuro e che per questo bisognava non mangiarne e non venirne a contatto. Pare che per evitare di attraversare un campo di fave si sia lasciato uccidere da alcuni briganti che avevano devastato la propria casa.

         Simpatica è l’osservazione fatta da De Crescenzo per il quale Pitagora potrebbe essere stato fortemente allergico alle fave e che per questo abbia preferito la morte ad una grave crisi allergica. E’ da osservare che molti personaggi storici sono rimasti vittima dei loro stessi predicati: Talete sarebbe morto di sete nell’assistere da un agone  ginnico, Zaleuco avrebbe sacrificato un occhio per salvare dalla cecità il figlio colpevole di bigamia: la cecità era, la condanna richiesta da una legge emanata dallo stesso legislatore  Zaleuco per il bigamo.

         Ma secondo Aristosseno, discepolo di Aristotele, nel libro che lasciò scritto su Pitagora, il filosofo, così si definì Pitagora, si sarebbe cibato di legumi e in particolar modo di fave perché riteneva che queste liberassero e rendessero liscio il ventre: la fonte di tale informazione non sarebbe diretta e che Aristosseno ne sarebbe stato informato dal pitagorico Senofilo, familiare di Pitagora, e da tanti altri più vecchi di lui ma non lontani dall’età di Pitagora stesso.

         Porphirio in “ vita di Pitagora “ scrive che Duride di Samo asserisce che ebbe un figlio dal nome Arinmesto, ma che per altri avrebbe avuto un figlio da Teano di Pitonatte chiamato Telauge e una figlia, Muia.

Erodoto nel libro II 123 Pitagora, oltre a dare al gruppo da lui fondato dei precetti comportamentali, parlò  ebbe il merito di trasformare la scienza in una forma di educazione liberale, riconducendo i principi a idee , dimostrandone i teoremi  in maniera astratta e intellettuale.

Ciò non deve indurci a pensare che i Pitagorici antichi sia giunti a costruire una scienza matematica con una evoluzione organica ed unitaria a causa della eterogeneità del loro gruppo e delle loro dottrine.

Nel dedicarsi alle scienza matematiche in esse, dice Aristotele in “ Metafisica “,  esse identificarono il principio di tutte le cose. Tra tali principi, occupavano il primo posto. Delle proprietà dei numeri alcune si identificavano con la giustizia, con l’anima, altre con l’intelletto, con il tempo critico. Il numero sette e suoi multipli, ad esempio, erano numeri critici: parto settimino, cambio dei denti a sette anni, la pubertà a quattordici anni, la maturità a 21 anni….

Altre proprietà individuavano nei numeri le proprietà e i rapporti delle armonie musicali. Tutto si modellava sui numeri, i numeri, continua Aristotele, per i Pitagorici, erano l’essenza primordiale dell’universo fisico: tutta la realtà l’intero cielo erano armonia e numero. E se in qualche parte veniva fuori qualche imperfezione, essi addizionavano i numeri per rendere perfetta la loro dottrina e poiché la decade sembrava perfetta e capace di abbracciare la intera natura dei numeri essi asserirono che  dieci fossero gli astri che si spostavano sotto la volta celeste e siccome quelli visibili sono nove, il decimo formava l’antiterra.

Per i pitagorici il numero oltre ad essere materia era costitutivo delle affezioni e dei loro stati.

Il pari rappresentava l’infinito, il dispari il finito, l’uno era pari e impari nel contempo; il numero deriva dall’uno e l’intero cielo si identificava con i numeri. I principi, per i pitagorici sono dieci e per coppia:

1) limite e il limite;               2) dispari e pari;

3) unità e disparità;               4) destro e sinistro;

5) maschio e femmina;         6) quieto e moto;

7) retto e curvo;                    8) luce e oscurità;

9) buono e cattivo;                10) Quadro e oblungo;

         Da quanto detto si deduce che i pitagorici, dedussero che i contrari sono principi di tutte le cose esistenti, ma l’uno è l’essenza del tutto.

O. Becker, citato dal Prof. Filippo Franciosi, nel bollettino  dell’istituto di filologia greca supplemento 2, nel trattare  “ L’irrazionalità nella matematica greca arcaica “, nello interessarsi delle dottrine pitagoriche, le ha suddivise in tre gruppi essenziali precedute da due teorie:          a) le proporzioni che a suo giudizio hanno origine musicale e quindi non matematica e geometrica;

b) la geometria che doveva essere preesistente all’aritmogeometria.

I tre gruppi a cui fa riferimento il Franciosi sono:

1) Dottrina dei numeri poligonali, o per essere più precisi dei numeri lineari, piani, solidi;

2) Aritmo-logica;

3) Dottrina del pari e del dispari.

La dottrina dei numeri poligonali si occupò della rappresentazione dei numeri per mezzo di punti: tanti punti per quante sono le unità che compongono il numero, disposti in modo da formare dei poligoni regolari.

E’ questa una aritmogeometria, di origine arcaico con significati anche mistici.

L’aritmo-logistica si interessò della trasformazione dei numeri tramite le operazioni e la consequenziale rappresentazione come insiemi di unità, rappresentate tramite  e disposte allineate e non vincolate ad alcuna forma geometrica: ciò consentiva il libero spostamento delle  nel piano e, ciò equivale, asserisce il Franciosi, all’applicazione delle nostre proprietà commutativa, associativa e distributiva.

La dottrina del pari e del dispari è, per il Becker, “ una vera e propria teoria matematica in miniatura” che egli individua nelle proposizioni 21-34 del lib.IX degli elementi da considerare come l’inizio delle classi di congruenza modulo 2.

Per evidenziare l’importanza di tale dottrina, citiamo dette  proposizioni dagli “ elementi “  di Euclide tradotti da Lamberto Muccioni e commentati da Attilio Fraiese nella collana delle scienze ed. U.T.E.T.:

21) Se sommano quanti si vogliono numeri pari, il totale è pari;

22) Se si sommano quanti si voglia numeri dispari , ed il numero di essi è complessivamente pari, il totale sarà pari;

23) Se si somma un numero dispari di numeri dispari, il totale sarà pure dispari;

24) Se da un numero pari si sottrae un numero pari, la differenza sarà pari;

25) Se da un numero pari si sottrae un numero dispari, la differenza sarà dispari;

26) Se da un numero dispari si sottrae un numero dispari, la differenza sarà pari;

27)  Se da un numero dispari si sottrae un numero pari, la differenza sarà dispari;

28) Se un numero dispari moltiplica un numero pari, il prodotto sarà pari;

29) Se un numero dispari moltiplica un numero dispari, il prodotto sarà dispari;

30) Se un numero dispari divide un numero pari, dividerà anche la sua metà;

31) Se un numero dispari è primo rispetto ad un altro numero sarà primo anche rispetto al doppio di esso;

32) Ciascuno dei numeri che si ottengono raddoppiando successivamente a partire da una diade ( cioè A=2 ) non può essere che un numero parimente pari;

33) Se un numero ha la metà dispari, non può essere che parimente dispari;

34) Se un numero non è fra quelli che si ottengono raddoppiando di seguito a partire dal numero 2, né ha dispari la metà, esso è parimente pari e parimente dispari.

Un interessante studio, forse l’unico per approfondimenti, importanza e completezza di documentazione, sull’aritmo geometria lo troviamo in “ De Pytagora a Euclide “ di Paul-Henry Michel Ed. Le Belles  Lettres Paris 1950.

         Abbiamo già detto che il numero nell’aritmogeometria era rappresentato da unità punto, esse erano disposte spaziate in modo che non si potesse generare alcuna          confusione nella lettura e nella interpretazione.

         In tale sistema le unità punto avevano il valore di un atomo matematico. Tale unità punto  non ammette, scrivono Paul-Henry Michel, quindi, alcun frazionamento. Ciò ci fa ricordare della definizione euclidea di punto nel libro I degli “ Elementi “: Il punto è ciò che non ha parti.

         Nel commento a piè pagina così scrive il Fraiese: “ E’ questa del punto la più celebre definizione di Euclide. Essa viene comunemente interpretata nel senso che il punto non avendo parti non ha neppure estensione alcuna: Euclide introdurrebbe in tal modo, nella prima definizione, il punto quale ente idealizzato, cioè privo di dimensioni… Chi scrive lascia naturalmente libero il lettore di associarsi a tale communis opinio: tuttavia osserva che la prima definizione si riferisce tanto al punto quanto all’unità…Già Proclo, del resto, nel suo “ Commento al primo libro degli elementi di Euclide, nota l’identità delle due definizioni, distinguendo tuttavia, con i pitagorici, il punto come unità avente posizione “.

         Le unità punto, presso i pitagorici, dovevano essere spaziate in modo che nel leggerle non si potesse generare alcuna confusione. Al numero deve corrispondere una figura chiara, comprensibile dalla quale devono emergere le proprietà dello stesso: è un numero figurato che nella sua rappresentazione assume una disposizione puntuale geometrica, da ciò prende il nome di numero figurato, ma la figura non gode di alcuna proprietà geometrica.

         Nella sua rappresentazione attorno a ciascuna unità punto doveva estendersi un campo , mentre l’insieme delle unità punto doveva formare dei campi più vasti che rappresenta il numero. A volte però il numero poteva essere rappresentato soltanto da unità punto, soltanto dall’unione dei campi o contemporaneamente da campi e punti.

         Qui di seguito in figure sono rappresentati i vari modi di rappresentare il numero 3:

 

 

         Nella raffigurazione delle unità punto possiamo, osservare la parità e l’imparità del numero: nel caso della parità una linea tracciata centralmente divide il campo senza intersecare l’unità punto, nel caso contrario, cioè nel caso in cui il numero fosse dispari la linea centrale la intersecherà.

 

Con i numeri figurati dovevano essere possibili le trasformazione mediante operazioni di addizione e di moltiplicazione.

         Quest’ultima operazione, scrivono Paul-Hanry Michel, sarà considerata più tardi da Euclide ( Elem., libri VII, VIII e XI ) e Diofanto       ( Trattato dei numeri poligonali ), e sarà, anch’essa, suscettibile di una trasposizione figurata.

         Il numero piano è prodotto se la disposizione delle sue unità-punti mette in risalto una moltiplicazione, è somma se rappresenta il risultato di una addizione di termini disuguali; nella trasposizione figurata le unità punto saranno posizionate in modo tale da dedurre da il tipo di operazione è stata  applicata alla unità punto: dalla figura ci accorgiamo che la somma coinvolge numeri disuguali.

         Consideriamo, in particolare la serie dei numeri:

1, 1+2, 1+2+3, 1+2+3+4, 1+2+3+4+5, 1+2+3+4+5+6, ….., 1+2+…+n

cioè  la serie dei numeri:

         1, 3, 6, 10, 15, 21,….

         Ciascuna di tale successione di numeri interi, può essere rappresentata a partire dal numero 1 i una successione figurata triangolare.

 

 

 

         Questa prima serie  e consequenziale rappresentazione figurata,  sono particolarmente importanti: da esse ne discendono altre.

Plutarco, nell’attribuirlo a i pitagorici della vecchia scuola fornisce un importante esempio dei risultati ai quali può portare la sua considerazione:

         aggiungendo una unità al prodotto per 8 di un numero triangolare, si ottiene un numero quadro:

        

         Da ciò osserviamo che i pitagorici ottennero la serie dei quadrati dispari triangolari.

Interessiamoci, adesso dei numeri quadrati a partire dai numeri triangolari. Osservando la figura riprodotta  accanto notiamo l’unione di due triangoli accoppiati entrambi uguali a 10, (dieci sono le unità punto che li compongono) : 1+2+3+4 con un lato in comune.

Nell’osservare ulteriormente la figura notiamo essere composta da tanti quadrati l’uno incluso nell’altro, leggendo, in rotazione, le unità punto che si trovano sui lati di ciascuno di essi si ha:

1+2+1=4, 1+2+3+2+1=9, 1+2+3+4+3+2+1=16.

Ampliando la figura, cioè aggiungendo ulteriori quadrati otteniamo conformazioni simmetriche di addendi la cui somma fornisce numeri quadrati.

Continuando la nostra esplorazione nel campo dei numeri figurati, costruiamo una ulteriore figura costituita dall’unione di tre triangoli con vertice comune il punto unità: nel far ciò rappresentiamo dei numeri figura la cui successione non è altro che una progressione aritmetica di ragione 3, (la precedente era di ragione 2).

Così facendo, otteniamo la serie:

                  1, 4, 7, 10, 13, 16…  

alla quale corrisponde la serie somme:   

         1, 5, 12, 22, 35…

Che dalla forma della figura prendono

il nome di numeri pentagono.

Possiamo dedurre che, ai pitagorici, alla progressione aritmetica di ragione 4: 1, 5, 9, 13, 17 ottenuta dall’unione di quattro triangoli di unità punti, corrispose la serie somme: 1, 6, 15, 28, 45…che prende il nome di serie di numeri esagoni.

Per induzione possiamo ben comprendere come i pitagorici costruirono i loro numeri poligono:

ad ogni poligono si fa corrispondere una serie di numeri ottenuta con la somma di una progressione aritmetica avente per origine l’unità, la cui ragione è data dal numero dei lati del poligono meno due.

I pitagorici, partendo dai numeri  piani e sempre per somme di serie,  costruirono un altro tipo di numeri detti poliedrici o piramidali.

La loro costruzione la si ottiene facendo corrispondere ad ogni poligono un poliedro che non è altro che una piramide avente per base il poligono considerato. Le facce della piramide sono tanti triangoli pari al numero dei lati del poligono più uno. Così procedendo al triangolo corrisponderà un tetraedro; al quadrato un pentaedro (piramide a base quadrata); al pentagono, l’esaedro (piramide a base pentagonale e non,         come normalmente si intende, il cubo)…

La prima serie dei numeri piramidali è

quella dei numeri tetraedrici, ottenuta 

dalla somma dei  numeri   triangolari:

            1, 3, 6, 10, 15, 21….;

Alla quale corrisponde la serie:

             1, 4,10, 20, 35, 56….

Lateralmente  vediamo riprodotto il 

del numero tetraedrico 20.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Allo stesso modo potremmo dai numeri quadrati: 1, 4, 9, 16, 25, …

passare alla serie dei numeri pentaedrici:

1, 5, 14, 30, 55,…

Una idea sul come potevano essere rappresentati i numeri pentaedrici, ci viene data dalla figura riprodotta prospettivamente accanto.

In essa i punti sono raccordati da un reticolo, non perché i pitagorici rappresentassero in tal modo i numeri, bensì per rendere più chiara la loro interpretazione.    

 

         

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

          I numeri quadrati corrispondono ad una progressione aritmetica di ragione 2 avente per origine l’unita. Essi si formano tramite la somma di numeri successivi impari:  1, 3, 5, 7, 9,…,2n+1.

          In figura, una tale proprietà viene ben evidenziata

         

Grazie ai numeri quadrati, in una ulteriore evoluzione della aritmogeometria  i pitagorici  pervennero alla geometria propriamente detta per mezzo del calcolo delle aree, ponendo la serie somma 1+3+5+7+9+…+(n-1) = n*n

 

          Gli impari della figura aggiunti via via ai quadrati precedenti, prendono il nome di gnomoni. Per il greco la parola Gnomone  ha diversi significati e tra questi: un’asta piantata perpendicolarmente su di una superficie orizzontale la cui posizione dell’ombra proiettata dal sole sulla superficie faceva dedurre l’orario del giorno. Per Euclide il gnomone non è uno gnomone a squadra formato da unità punto impari, bensì un trapezio aggiunto alla base di un triangolo in modo da formare con esso un ulteriore triangolo. Per i pitagorici, tutti i numeri impari erano detti gnomonica; scomponendo in tre parti il gnomone ed escludendo l’unità punto che si trova nel vertice della squadra, le parti restanti, unità punto pari,  uguali e simmetriche rispetto all’unità punto esclusa, prendono il nome di tautomèche ( ).

 

La figura  riprodotta accanto  ci rende perfetta  l’idea del gnomone

 

          Sottolineando che i greci non conoscevano lo zero e tenendo conto, esso è stato introdotto per evidenziare con maggiore chiarezza le proprietà che ne derivano dagli impari e dei successivi gnomoni che compongono i numeri quadrati osserviamo il numero quadrato sotto riprodotto e le proprietà che da esso possiamo dedurre riassumendole in una consequenziale tabella:

 

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unità punto

dei  triangoli

la cui unione da il quadrato

Numeri

Impari

gnomoni

Elementi

Degli

gnomoni

Somme degli impari

Numeri

pari

Somme

dei numeri pari

1

1

1+(0+0)

1

0

0

2

3

1+(1+1)

4

2

2

3

5

1+(2+2)

9

4

6

4

7

1+(3+3)

16

6

12

5

9

1+(4+4)

25

8

20

 

          Un numero uguale alla somma dei suoi divisori escluso se stesso e incluso l’uno, era detto, dai pitagorici, perfetto.

          Numeri perfetti erano, ad esempio, 6, 28 e 496:

          6=1+2+3;    28 =1+2+4+7+14;    496=1+2+4+8+16+124+248;           

          I numeri che superavano la somma dei propri divisori erano detti eccessivi, mentre quelli che non la superavano erano detti venivano chiamati difettivi.

          I pitagorici, come i babilonesi escogitarono anche una regola che fornisse una  terna di interi nella applicazione del teorema di Pitagora ad un triangolo rettangolo; se n è dispari allora la così detta terna pitagorica sarà del tipo:

                                               

          Anche i numeri primi furono oggetto di studio, come, per i pitagorici lo furono le progressioni  aritmetiche e geometriche ed anche la media aritmetica tra due numeri, la loro media geometrica e la loro media armonica che risulta essere la media aritmetica dei reciproci.

 

I Pitagorici e il Problema dell’irrazionale

          Anche se non si può risalire al periodo preciso in cui fu scoperto il numero irrazionale, la sua scoperta  viene attribuita ai Pitagorici.

          Una tale scoperta, pare sia stato un dramma per la setta dei pitagorici, era una anomalia che rendeva imperfetta loro dottrina! Come modellare l’universo su di un numero irrazionali! Era il crollo di quel numero essenza primordiale dell’universo fisico, era il crollo di una realtà armonia e numero nel contempo!

Bisognava non svelare la scoperta ai non appartenenti alla setta!

Ma non fu così, pare che un certo Ippaso, così dice Eudemo di Rodi, sia stato annegato per avere rivelato la scoperta al mondo esterno: l’irrazionale, come il fuoco di Prometeo era stato donato al mondo!

Sulla scoperta e sul come il mondo greco sia pervenuto all’irrazionale si sono fatte diverse ipotesi. K.v.Fritz, asserisce che ad esso si pervenne dalla scoperta della incommensurabilità tra il lato e la diagonale del pentagono, mentre per Siegfries Heller, Ippaso di Metaponto nel costruire un pentagono scoprì la sezione aurea ( cioè quella parte medio proporzionale tra tutto il segmento e la sua parte restante ) e da questa l’incommensurabilità tra segmenti: la scoperta dell’irrazionale, sarebbe dunque vincolata al geometrico e alle proporzioni.

Oggi, quasi tutti concordano che ad esso si pervenne dal tentativo della duplicazione del quadrato.

Platone, nel Menone  (82b, 85e) pone didatticamente il problema del raddoppiamento del quadrata, una didattica magistrale nella quale lo schiavo Menone perviene induttivamente alla duplicazione del quadrato credendo di essere pervenuto autonomamente alla risoluzione (soltanto geometrica badiamo bene!) del problema: il numero irrazionale dunque è un numero costituito da infinite cifre decimali dopo la virgola che si succedono senza alcuna legge riproducibile, ma può essere, fissato un segmento unitario rappresentato esattamente su quello che noi chiameremo asse reale. L’unione dei numeri razionali e irrazionali costituirà un nuovo insieme che prenderà il nome di Insieme dei numeri reali.

La dimostrazione della incommensurabilità di, pare, così asserisce Aristotele, sia stata data dagli stessi pitagorici, per assurdo. Essa consisteva nel dimostrare che se la diagonale fosse commensurabile con uno dei lati del allora uno stesso numero sarebbe contemporaneamente pari e dispari.

Se l è il lato del quadrato e d è la sua diagonale si ha  da cui segue che  ed ancora che . Se ed  sono primi tra loro, cioè se il rapporto è ridotto ai minimi termini, allora se è pari anche il suo quadrato sarà pari poiché il quadrato di un numero dispari è dispari. Ma se   è pari, per l’ipotesi fatta che  ed debbono esser primi tra loro, deve esser dispari e dispari sarà il so quadrato. Poiché è pari si avrà che  con un qualsivoglia intero ovviamente positivo e  da ciò, semplificando,si deduce che  contro l’ipotesi che  era dispari.

E’ da osservare, che gli egizi lavorassero già con i numeri irrazionali, come pure  i Babilonesine; quest’ultimi  ne fornivano soltanto dei valori approssimati, ma, come ipotizza Morris Kline, “ è probabile che non sapessero che le loro approssimazioni frazionarie  sessagesimali non avrebbero potuto essere rese esatte “.

Dunque, merito dei Pitagorici se oggi parliamo di rapporti incommensurabili. Con tale grandiosa scoperta avviene anche il crollo dell’aritmogeometria, si spiana la strada a filosofi e matematici della scuola Eleatia e comincia il lungo cammino verso la razionalità con l’esigenza sempre più pressante di dimostrazioni sempre più rigorose.

                                                                                                                      

Gruppo di studio: Alaimo Girolamo – Cusimano Ilaria

 

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          Bibliografia

Gino Loria “ Storia delle matematiche “

Ed. Sten Torino 1929

Carl B. Boyer “ Storia della Matematica

Ed. Oscar Mondatori 2004

Morris Kline “ Storia del pensiero matematico “

Ed. Biblioteca Einaudi Torino 1972

Filippo Franciosi bollettino dell’istituto di filologia 

“ L’irrazionalità nella matematica greca arcaica “

Paul-Hary Michel “ De Pithagore a Euclide “

Ed. Les belles lettres 1950

Euclide  “ Gli Elementi “  a cura di A. Fraiese e L. Maccioni

Ed. U.T.E.T Torino 1988